BIOFILIA: una connessione vitale

Aggiornamento: 4 apr


Il verde della natura è uno dei bisogni remoti dell'uomo, perché testimonianza della nostra esistenza, del ciclo della vita, segnata da nascite e rinascite, autunni e primavere.

Il termine Biofilia è stato, per la prima volta coniato da Erich Fromm, Psicoanalista tedesco, parlando dell'attrazione che proviamo guardando un contesto naturale, ma dovremmo aspettare il biologo Edward O. Wilson per una definizione più esaustiva:

«La biofilia è la tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente»

La tendenza innata nell’Uomo ad amare e a prendersi cura della Natura è influenzata dall’attenzione, cioè la capacità di concentrarsi senza sforzo sugli stimoli naturali, o per meglio dire di lasciarsi affascinare dalla Natura (Kaplan, 1995), e dall’empatia, cioè la capacità di affiliarsi emotivamente alle diverse forme di vita e di partecipare alla loro condizione.

Alcuni anni fa una ricerca olandese condotta su quasi 350.000 persone ha dimostrato che vivere a meno di un chilometro da un’area verde è protettivo per molte malat­tie:

  • riduzione della frequenza cardiaca;

  • abbassamento della pressione sanguigna;

  • aumento dell’attività simpatica complessiva;

  • abbassamento del livello di glucosio nel sangue.

  • all’ansia e alla depressione

Ma andiamo più nello specifico...


LO STUDIO DI URLICH

Uno di più importanti e conosciuti studi in merito è stato condotto da Ulrich nel 1984, consiste nell'osservazione di due gruppi di pazienti operati di colecistectomia nello stesso ospedale: una prima parte che ha trascorso il periodo di degenza in una stanza con le finestre che si affacciavano su un muro di mattoni, la seconda parte in una stanza la cui vista era caratterizzata da un'area verde. (Fornara, Marca, 2008)

Dalle cartelle cliniche dei pazienti si notò una differenza sostanziale di recupero dall'ospedalizzazione, il secondo gruppo esposto quotidianamente alla vista del verde durante il periodo di degenza, aveva assunto meno antidolorifici, concluso prima il percorso di recupero e ricevuto valutazioni più positive da parte degli infermieri.

La qualità del nostro benessere dipende anche dalla connessione che ogni giorno abbiamo con il contesto naturale che ci circonda, attraverso l'osservazione del verde e degli alberi riduciamo quelle che sono le nostre emozioni negative come l'ansia e la rabbia esaltando uno stato di gioia.

Così abitare in un contesto immerso nel verde, vicino a un parco, in campagna o affacciandoci semplicemente a un giardino, ci rigenera, ci ispira alla comprensione e quindi consapevolezza della sua trasformazione che è la vita, di come si rinnova nel percorso esistenziale.


E SE NON ABITASSIMO IN MEZZO AL VERDE?

Il Covid-19 nella sua tragicità è, ed è stata, un'importante occasione sia per guardarsi dentro sia per osservare attentamente il mondo esterno, dal micro cosmo come il moto interno delle nostre emozioni fino al macro come la nostra casa.

Entrare quotidianamente in contatto con risorse naturali quali piante, fiori, elementi verdi che animano i nostri ambienti, alimentano processi che apportano un inequivocabile benessere psico fisico.

Sarà importante quindi inserire delle piante all'interno della nostra casa, che ci stimolino a una maggiore consapevolezza di noi attraverso l'osservazione quotidiana di un elemento che cresce, muta, si trasforma ed evolve ogni giorno.

Nel caso l'abitante non avesse tempo per prendersi cura di una pianta, Alice ci spiega come apportare benessere e trasformazione anche in piccoli ambienti esplorando il magnifico mondo dei KOKEDAMA.


I KOKEDAMA UNA LEGGENDA

Alice ci parla del meraviglioso mondo dei Koke 苔 Dama 玉: Le perle di muschio del Sol Levante.


La leggenda dei Kokedama è antica come i koan zen e narra che siano state inventate da un povero contadino che, non avendo la possibilità di comperarsi vasi in coccio, decise di crearli utilizzando il materiale del suo giardino: terra e muschio.

Il Kokedama, quindi, è una particolare coltivazione che affonda le radici nelle tecniche del Bonsai e si sviluppa a partire dal periodo Edo (circa nel XVII secolo) in Giappone.

In Occidente, invece, è conosciuta da non molti decenni ed è stato l’olandese Fedor van der Valk con i suoi trasognati string gardens a dare la spinta propulsiva per il suo utilizzo.

Ad oggi è una coltivazione che ha riscosso un grande apprezzamento, da un lato per il suo essere completamente naturale e dall’altro per la sua semplicità.

I Kokedama hanno esigenze semplici, che variano a seconda del tipo di pianta al loro interno.

Piccolo appunto: non tutte le piante possono essere coltivate con questa tecnica, perché non tutte si adattano ad una piccola superficie di terra per poter crescere.

A differenza dei Bonsai, curati in maniera meticolosa e rinvasati annualmente, per il Kokedama la parola d’ordine è essenzialità, sia nella realizzazione che nella cura.

C’è un meraviglioso filo che lega indissolubilmente questa tecnica alle logiche della Ikebana (l’arte giapponese della composizione con i fiori recisi) che insegna il rispetto verso le esigenze delle piante: non bisogna mai chiedere ad un fiore quello che non ti potrà dare.

Ciò vale anche per la realizzazione dei Kokedama, per questo parlo di essenzialità e della scelta delle specie da utilizzare perché, se realizzo una creazione con una Monstera Deliciosa, pianta tropicale che cresce a dir poco a dismisura, risulterà costrittivo per la sua crescita e il suo sviluppo.

Scoprite il magico lavoro di Alice e del suo For Leaf Lover.

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